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La popolazione vichinga nord-europea “arman” invase nel VI secolo a.C. i villaggi delle popolazioni del Caucaso e vi si stabilì;da questa popolazione (da cui prende anche il nome) nasce quindi il popolo armeno, nonostante la loro cultura fosse nata già prima delle invasioni, ossia nel X secolo a.C.

Data la derivazione di questa popolazione da una nord-europea, la leggenda dice che il primo armeno era biondo e con gli occhi azzurri.

Il popolo armeno è cristiano dall’inizio del cristianesimo (sono infatti armeni gli apostoli Taddeo e Bartolomeo) e questo culto è stato adottato come religione nazionale molto prima che lo facesse anche l’impero romano. Oggi comunque la chiesa armena (Chiesa Apostolica Armena) è indipendente, uguale al cattolicesimo, ma differente soltanto per quanto riguarda l’autorità che lì è il Catholicos, il quale risiede a Jerevan. In Armenia c’è però, su 8 milioni e mezzo di persone, una minoranza (300.000 individui) che fanno parte della Chiesa Cattolica.

Gli armeni si insediarono in un territorio fertile ed importante per lo sviluppo della civiltà (il Caucaso)e fu quindi anche per questo che nel Medio Evo divenne uno stato molto vasto. Nonostante ciò dovette comunque subire molte invasioni che riuscì a sopraffare; la situazione però mutò nel 1800 quando l’Impero Ottomano lo invase e lo disgregò: una parte andò a finire sotto il territorio turco (tra cui il monte Ararat dove si era arenato Noè con l’Arca) e una parte venne poi inglobata dall’URSS (l’Armenia sovietica, con capitale Jerevan, che dopo la caduta del regime comunista russo divenne stato autonomo e che ora confina con l’Iran, la Georgico, l’Azerbaijan e la Turchia).

I problemi nacquero soprattutto per quegli armeni sotto il dominio turco infatti, nonostante la precedente convivenza, durante la prima guerra mondiale (1914-1918) l’Impero Turco decise con un proclama non ufficiale di eliminare tutti gli armeni dentro i confini dello stato. Questo è stato il primo sterminio umanitario della storia contemporanea in cui sono morti circa 1 milione e mezzo di persone e che si è sviluppato in due fasi:

prima venivano portati via dalle famiglie gli uomini, in seguito condotti in campi di concentramento dove venivano fucilati;

poi venivano raggruppati donne, vecchi e bambini ai quali era imposto di trasferirsi a piedi in un’altra località. Queste marce però, dette marce della morte, non avevano mai fine e queste persone oltretutto, durante il percorso, venivano fatte depredare da popolazioni nomadi come i Ceceni. Sopravvivere era quasi impossibile, basta pensare ad una marcia partita con 250.000 persone tra le quali soltanto due donne riuscirono a sopravvivere, ma erano ormai impazzite a causa delle sofferenze subite.

Ancora oggi i turchi non riconoscono lo sterminio e il fatto che in seguito ci sia stata la diaspora armena; inoltre non è noto il numero di persone armene ancora presente nel territorio turco, anche se quasi sicuramente sarà bassissimo o proprio nullo.

Gli armeni in giro per il mondo continuano comunque a considerare le terre sotto dominio turco, territorio armeno.

La presenza degli insediamenti armeni a Venezia ci è dimostrata da tre luoghi in particolare:

  1. Il collegio armeno
  2. L’area attorno alla Calle degli Armeni nel sestiere di S. Marco, nei pressi della Chiesa di S. Zulian
  3. L’Isola di S. Lazzaro degli Armeni, l’insediamento più tardo.

IL COLLEGIO ARMENO O PALAZZO ZENOBIO DEGLI ARMENI.

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Il collegio è destinato soltanto a giovani armeni (salvo qualche rara eccezione) i quali qui studiano tutte le materie ed in particolare la loro cultura e le loro tradizioni.

Questo è uno dei collegi armeni più grandi nel mondo e gli studenti che ne escono, vista l’impegnativa preparazione raggiunta, possono iscriversi a qualsiasi facoltà universitaria in tutto il mondo.

Il popolo armeno è molto predisposto allo studio, soprattutto a quello delle lingue straniere; questo è dovuto alla natura della lingua armena. Questa lingua, e di conseguenza il suo alfabeto che ha un simbolo per ogni fonema, fu inventata nel 405 d.C. ed pè considerata una delle più difficili al mondo. Per questo gli armeni imparano molto bene le lingue straniere, più facili rispetto alla loro; basti pensare che alcuni riescono a parlare anche più di 22 lingue scorrevolmente.

CALLE DEGLI ARMENI

Intorno a questa calle c’era il cuore del nucleo abitativo di Venezia (composto principalmente da commercianti) e addirittura un ospizio.

La Calle degli Armeni continua in un sottoportico, “Sotoportego dè Armeni”, fatto di legno dove si apre una piccola porta che conduce alla Chiesa di Santa Croce degli Armeni.

Dall’esterno non si capisce che è presente una chiesa perché, mancando gli spazi (visto che siamo vicino a Piazza S. Marco) probabilmente essa venne ricavata da una precedente abitazione; dall’esterno è possibile notare soltanto il piccolo campaniletto del 1500 con una guglietta dalla forma a cipolla.

La chiesa è aperta soltanto la domenica mattina durante le funzioni tenute dai padri cattolici mechitaristi dell’Isola di S. Lazzaro degli Armeni.

All’interno della chiesa, a pianta quadrata e preceduta da un vestibolo, è possibile vedere la cupola centrale, il presbiterio, i due altari, i vari dipinti settecenteschi e l’arredamento barocco.

Questo edificio, concesso agli armeni nel ‘200, fu ampliato nel ‘600 ed è l’unica chiesa rimasta funzionante dal Medio Evo a Venezia.

SAN LAZZARO DEGLI ARMENI.

Nel 1700 in Armenia iniziò a venire perseguitata la minoranza cattolica (300.000 persone), tanto che il monaco Manung de Pierre, detto il Mechitar (il Consolatore) che in terra natale aveva fondato una serie di monasteri, dovette fuggire. Prima andò in Grecia fino a raggiungere poi nel 1715 Venezia. Qui riesce a farsi destinare dalla Repubblica un’isola in precedenza adibita a lebbrosario e poi caduta in abbandono da già due secoli: appunto S. Lazzaro.

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Sull’isola venne fondato un nuovo convento della Congregazione Mechitarista nel 1717, sulle rovine di edifici precedenti e su progetto dello stesso abate Mechitar (di cui tutt’ora c’è una statua nel giardino). La costruzione venne effetuata però soltanto dopo aver ampliato il territorio dell’isola togliendo letteralmente la terra dall’acqua.

In quest’isola, oltre ad esserci l’unico convento di Venezia (a parte quello di S. Francesco del Deserto) che svolge le proprie attività da secoli, c’è anche un importante centro culturale armeno

Nel convento infatti sono custoditi moltissimi libri e manoscritti (più di 1 milione), tra i quali alcuni di grande valore (per esempio lavorati con oro e lapislazzuli tritati); basta pensare che quando alcuni di essi furono portati ad un’esposizione a Londra, furono assicurati per 1 milione di dollari, ma soltanto come valore simbolico.

Questi libri sono collocati nel convento in più biblioteche, tra cui quella europea, all’interno dell’edificio, dove appunto sono custoditi libri di autori europei; questa fu costruita sempre da Mechitar in legno di pero e ancora oggi alle finestre sono presenti dei vetri originali fatti a mano e per questo ondulati. In questa stanza si possono ammirare un gesso di Canova raffigurante il “Re di Roma” (il figlio di Napoleone), un “quadro” in terracotta di Siena del 1400 raffigurante la Madonna col Bambino e un grande telescopio.

La biblioteca più importante è però quella collocata in un edificio a forma circolare collegato ma allo stesso tempo isolato dal resto del convento. Questa è come un’incubatrice; infatti per mantenere i manoscritti in stati decenti e per impedirne il deterioramento, devono esserci temperatura ed umidità allo stesso livello.

Qui sono custoditi circa 4.000 manoscritti tra cui il più antico risale all’VIII secolo. I monaci dicono che qui si trova la memoria del popolo armeno perché i libri sono di qualsiasi contenuto e per loro molto preziosi; basti pensare a quando l’ultimo Scià di Persia si era offerto di comprare ad un prezzo esorbitante un manoscritto scritto da Fidus sulla vita di tutti gli Scià, e i monaci si sono rifiutati.

Gran parte dei libri sono su pergamena tanto che tra i veneziani c’è una leggenda che dice che alcuni sono miniati anche su pelle umana.

I manoscritti più importanti sono: un papiro indiano fatto su tipologia di una tapparella veneziana, il Corano di Murad il Sanguinario (un sultano turco), ma soprattutto l’unica copia al mondo del libro di Calistene sulla vita di Alessandro Magno, tutto miniato con dei cavalli (pagine esposte). L’originale in greco di questo libro andò perduto durante il rogo della biblioteca di Alessandria d’Egitto.

Anche nel convento ci fu un incendio nel 1975 dove prima c’era la biblioteca, ma fortunatamente i manoscritti erano già stati trasportati in quella nuova e così non andarono persi. Nelle stanze da cui partì l’incendio è ospitato oggi invece un museo dove sono esposti una serie di oggetti di uso comune agli armeni come delle corone molto pesanti usate durante le funzioni, dei calamai “da viaggio” usati dai notai quando si muovevano di casa in casa a cavallo e una tenda (facente parte di una chiesa armena) del 1750, dipinta con la tecnica “batik”.

Nelle varie altre stanze del convento sono custoditi anche reperti non di origine armena come un trono del 1300 tutto intarsiato di avorio proveniente dall’India, una palla in avorio formata da 14 sfere una nell’altra e creata da un cinese tutta dall’esterno all’interno in 25 anni e una statuetta raffigurante un vecchietto ricurvo del 3° millennio a.C. proveniente dal nord dell’Iran.

Motivo di grande orgoglio per i monaci mechitaristi è però soprattutto la mummia egiziana ed il suo sarcofago che sono custoditi in una stanza dove sono presenti anche il ritratto di Lord Byron (poeta che si recò nell’isola dove imparò l’armeno in soltanto 6 mesi) e la scarpetta di Daniele Manin, direttamente dal 1848.

La mummia è qui dal 1825 quando un ministro egiziano (di nazionalità armena) decise di regalarla al convento.

Si pensava che questo fosse stato il corpo del giovane sacerdote Nemenkhet Amen vissuto 3.500 anni fa, ma quando i monaci aprirono il sarcofago e tolsero le bende alla mummia (rischiando molto perché la reliquia avrebbe potuto disgregarsi a contatto con l’aria), capirono che quello in realtà era il corpo di un vecchio vissuto più tardi, esattamente 2.700 anni fa.

La mummia è tutta avvolta in una tela di perline originale del VII secolo a.C., ed è collocata vicino al cervello del defunto, anch’esso imbalsamato, che si tirava fuori dal cranio attraverso il naso con un uncino.

Importante nel convento è anche un affresco di Giambattista Tiepolo collocato sul soffitto della stanza dove sono custoditi i già menzionati oggetti (come la palla fatta dal cinese). Esso raffigura un’allegoria della Giustizia: una donna che schiaccia un serpente, ossia che punisce.

Nel convento sono presenti anche un refettorio ed una chiesa:

Il refettorio è una stanza molto semplice dove si notano soltanto il quadro “L’ultima cena” del pittore veneziano Novelli del 1780 e una specie di piccolo balconcino raggiungibile da una scaletta da cui si guardano le tavolate. Qui un lettore deve leggere le sacre Scritture durante i pasti (che devono avvenire obbligatoriamente in silenzio; questo, solitamente il più giovane tra i monaci e seminaristi, mangerà dopo.

La chiesa invece sorge, un metro più alta, su una precedente. Questa variazione di altitudine del pavimento ha cambiato l’altezza delle prime finestre, che diventate troppo basse, sono state murate.

L’abside della chiesa, a tre navate e decorata principalmente a mosaici, è chiusa da una tenda presente in tutti gli edifici sacri armeni, la quale viene chiusa durante il periodo della Quaresima. Dietro all’altare invece si possono ammirare tre vetrate provenienti da Innsbruck, le quali rappresentano: S. Isacco e l’inventore della lingua armena ai lati, e S. Lazzaro al centro.

Davanti all’altare è situata la pietra tombale dell’abate Mechitar.

Nel convento c’è inoltre una pinacoteca che raccoglie quadri di pittori armeni e non ( tra cui alcuni di Palma il Giovane) e una famosissima tipografia in grado di stampare libri in più di 36 lingue.

Il giardino, molto vasto, ospita molte piante di rosa (con cui i monaci producono delle squisite marmellate) e piante rare, mentre è stata da pochi anni cessata la produzione di vino.